Alluminio nell’acqua potabile: significato
Da dove arriva l’alluminio nell’acqua
L’alluminio è uno degli elementi più abbondanti della crosta terrestre, ma in acque naturali a pH neutro è poco solubile: le acque sotterranee ne contengono in genere quantità modeste. Le due fonti principali di valori elevati sono altre. La prima è il trattamento: per eliminare torbidità, colore e microrganismi dalle acque di fiume o di lago molti impianti usano coagulanti a base di alluminio, come il solfato di alluminio o il policloruro di alluminio. Se il dosaggio, il pH di coagulazione o la filtrazione successiva non sono ottimali, una parte di alluminio resta disciolta o legata a fiocchi finissimi che passano in rete. La seconda fonte sono acque acide, ad esempio di sorgenti in terreni poveri di carbonati o influenzate da piogge acide, che solubilizzano l’alluminio dai suoli.
Cosa dice il D.Lgs. 18/2023
Nel D.Lgs. 18/2023 l’alluminio compare tra i parametri indicatori, con un valore di 200 µg/L (0,2 mg/L). La distinzione è importante: i parametri indicatori non sono fissati su base tossicologica, ma servono a segnalare un cambiamento nella qualità dell’acqua o un malfunzionamento del trattamento. Un superamento non comporta automaticamente un rischio sanitario: il gestore deve indagarne la causa e valutare con l’autorità sanitaria se servono interventi. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità non fissa un valore guida sanitario per l’alluminio, ma indica livelli praticabili per un trattamento ben condotto, dell’ordine di 0,1–0,2 mg/L a seconda della dimensione dell’impianto.
Il legame con torbidità e sicurezza microbiologica
Un alluminio residuo alto è spesso il sintomo di una coagulazione o filtrazione che non funziona bene. E se il processo di chiarificazione non trattiene bene i fiocchi di alluminio, può non trattenere bene nemmeno particelle, sostanza organica e microrganismi resistenti come le cisti di protozoi. Per questo i gestori leggono l’alluminio insieme alla torbidità all’uscita dell’impianto e ai parametri microbiologici. Valori che crescono in rete rispetto all’uscita dell’impianto possono indicare la ridissoluzione di depositi accumulati nelle tubazioni, per esempio dopo un cambiamento di pH o un’inversione di flusso: lo stesso fenomeno che talvolta si accompagna a episodi di acqua torbida al rubinetto.
Quando è un parametro critico
Per la popolazione generale, ai livelli che si trovano nell’acqua potabile, l’apporto di alluminio dall’acqua è una frazione modesta di quello alimentare. La situazione cambia per i pazienti in dialisi: nell’acqua usata per preparare il liquido di dialisi la norma ISO 23500-3 indica un limite di 0,01 mg/L, venti volte più basso del valore indicatore per l’acqua potabile, perché l’alluminio può accumularsi in chi non ha una funzione renale efficace. Altri utilizzatori attenti al parametro sono le industrie che usano l’acqua di rete per processi sensibili, come alcune produzioni farmaceutiche, cosmetiche o di bevande, dove l’alluminio può interferire con la qualità del prodotto.
Come si misura
La determinazione si esegue sull’acqua tal quale, acidificata al prelievo per mantenere in soluzione l’elemento, con tecniche di spettrometria a plasma: ICP-MS secondo UNI EN ISO 17294-2 o ICP-OES secondo UNI EN ISO 11885, a seconda dei livelli da quantificare. Il D.Lgs. 18/2023 fissa per i metodi requisiti minimi di prestazione, in particolare sull’incertezza di misura. Il campione va raccolto in contenitori puliti forniti dal laboratorio: un contenitore non idoneo o il contatto con parti metalliche durante il prelievo possono falsare il risultato. Se l’obiettivo è distinguere l’alluminio disciolto da quello legato a particelle, si può chiedere anche la determinazione su campione filtrato.
Leggere il risultato e cosa fare
Il Rapporto di Prova riporta il valore in µg/L, il metodo e, se richiesto, il riferimento al valore indicatore. Se l’acqua è di acquedotto e il valore supera 200 µg/L, segnala il risultato al gestore indicando data e punto di prelievo: è lui a dover verificare il processo. Se gestisci un impianto proprio di chiarificazione, ad esempio in un’azienda o in una piccola rete, controlla dosaggio del coagulante, pH di coagulazione e stato dei filtri, poi ripeti l’analisi. Nelle analisi domestiche, un alluminio elevato con torbidità visibile è un motivo in più per approfondire. Le prove sono eseguite da laboratori partner accreditati UNI CEI EN ISO/IEC 17025: prove accreditate ove incluse nel campo di accreditamento del laboratorio partner esecutore.
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Domande frequenti
- Qual è il limite dell’alluminio nell’acqua potabile?
- Il D.Lgs. 18/2023 indica un valore di 200 µg/L come parametro indicatore. Non è un limite sanitario: un superamento segnala un possibile problema di trattamento da indagare.
- L’alluminio nell’acqua è pericoloso?
- Ai livelli dell’acqua potabile l’apporto è modesto rispetto a quello alimentare. È invece critico nell’acqua per dialisi, per la quale la ISO 23500-3 fissa un limite molto più basso, pari a 0,01 mg/L.
- Perché l’alluminio è più alto nelle acque di fiume o lago trattate?
- Perché per chiarificarle si usano spesso coagulanti a base di alluminio. Se il processo non è ottimizzato, una parte resta nell’acqua distribuita.
- Le caraffe filtranti o l’osmosi tolgono l’alluminio?
- L’osmosi inversa lo riduce in modo efficace; le caraffe con resine e carboni hanno effetti variabili. Per sapere se un apparecchio funziona conviene analizzare l’acqua prima e dopo il trattamento.
- Ha senso analizzare l’alluminio in un pozzo privato?
- Raramente come primo parametro: nelle acque sotterranee a pH neutro l’alluminio è di solito basso. Diventa utile con acque acide, con torbidità persistente o se usi un impianto di chiarificazione con coagulanti, per verificarne il funzionamento.
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Revisione tecnica: Giulio Morelli (RSPP — Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione)
Ultimo aggiornamento: 2026-10-14 · Contenuto a cura della redazione di laboratorioaccreditato.org