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Solfati nell’acqua: limiti e analisi

Da dove vengono i solfati

La fonte naturale principale sono le rocce evaporitiche, come gessi e anidriti, che si sciolgono facilmente nell’acqua: in Italia sono diffuse per esempio in alcune aree dell’Appennino emiliano-romagnolo e marchigiano e in Sicilia. Un’altra fonte è l’ossidazione della pirite e di altri solfuri presenti in rocce e sedimenti. Contributi di origine umana possono venire da fertilizzanti, scarichi industriali, percolati di discarica e attività minerarie. Nelle acque di rete i solfati sono di solito moderati; nelle acque di pozzo possono variare molto anche tra pozzi vicini, in base alla profondità e alla formazione geologica attraversata.

Il valore di parametro e il suo significato

Per le acque destinate al consumo umano il D.Lgs. 18/2023 indica per i solfati un valore di parametro di 250 mg/L, nella categoria dei parametri indicatori. Un indicatore non è un limite sanitario in senso stretto: segnala una caratteristica che merita attenzione e, se superato, richiede una valutazione del rischio per la salute. Per i solfati la soglia è legata soprattutto al gusto, che diventa amaro o salmastro, e agli effetti lassativi che concentrazioni molto superiori possono provocare, specie in chi non è abituato all’acqua o nei lattanti. L’effetto dipende anche dagli ioni associati: solfato di magnesio e di sodio hanno un’azione lassativa più marcata.

Effetti su impianti, pozzi e scaldabagni

Acque ricche di solfati possono essere aggressive verso il calcestruzzo, con il cosiddetto attacco solfatico, e contribuire alla corrosione delle tubazioni metalliche, soprattutto insieme a cloruri elevati. Un effetto meno noto riguarda l’odore: in pozzi poco ossigenati, serbatoi e scaldabagni, alcuni batteri riducono i solfati a idrogeno solforato, il gas che dà il tipico odore di uovo marcio. Se l’odore compare solo con l’acqua calda, spesso la causa è nello scaldabagno, dove l’anodo di magnesio può favorire la reazione; se c’è anche con l’acqua fredda, il problema è nel pozzo o nella falda.

Come si misurano i solfati in laboratorio

I solfati si determinano su un normale campione d’acqua, senza particolari esigenze di conservazione, con la cromatografia ionica secondo la UNI EN ISO 10304-1, che misura nella stessa analisi anche cloruri, nitrati e fluoruri, oppure con metodi turbidimetrici o gravimetrici del manuale APAT-IRSA CNR. Il risultato è espresso in mg/L. Per interpretarlo conviene leggerlo insieme a conducibilità, durezza, calcio, magnesio e sodio, che aiutano a capire l’origine. Le prove sono eseguite da laboratori partner accreditati UNI CEI EN ISO/IEC 17025, con prove accreditate ove incluse nel campo di accreditamento del laboratorio partner esecutore, ed esito nel Rapporto di Prova.

Usi diversi dal consumo umano

Nelle aziende agricole i solfati contano anche per l’abbeveraggio: acque molto ricche di solfati possono ridurre l’assunzione di acqua da parte degli animali e, nei ruminanti, interferire con l’assorbimento di alcuni minerali. In irrigazione contribuiscono alla salinità complessiva, misurata dalla conducibilità. Nell’industria alimentare e nelle birrerie il rapporto tra solfati e cloruri è un parametro di processo che influenza il gusto del prodotto finito; nelle caldaie e negli impianti termici i solfati di calcio possono formare incrostazioni difficili da rimuovere.

Se i solfati aumentano nel tempo

In un pozzo i solfati di origine geologica tendono a essere stabili. Un aumento progressivo tra un’analisi e l’altra merita quindi una spiegazione. Le cause più comuni sono l’abbassamento della falda dopo periodi siccitosi, che porta a pescare acqua più mineralizzata; nelle zone costiere, l’intrusione di acqua salata, che si riconosce perché aumentano insieme cloruri, sodio e conducibilità; l’influenza di fertilizzanti, ammendanti o reflui in aree agricole; la vicinanza di discariche, cave o siti industriali. Confrontare i Rapporti di Prova di anni diversi, sullo stesso punto di prelievo e nella stessa stagione, è il modo più semplice per distinguere una variazione occasionale da una tendenza.

Se il valore è alto: le soluzioni

Gli addolcitori domestici a scambio cationico non riducono i solfati: tolgono calcio e magnesio, non gli anioni. Per abbassarli servono l’osmosi inversa, che è la soluzione più diffusa per l’acqua da bere, oppure resine a scambio anionico dimensionate sull’acqua da trattare. Per l’odore di uovo marcio la soluzione dipende dalla sede del problema: disinfezione e aerazione del pozzo o del serbatoio, sostituzione dell’anodo dello scaldabagno con uno di tipo diverso, eliminazione di ristagni. Dopo l’intervento conviene ripetere l’analisi a valle del trattamento.

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Domande frequenti

Qual è il limite dei solfati nell’acqua potabile?
Il D.Lgs. 18/2023 indica 250 mg/L come valore di parametro indicatore. Il superamento richiede una valutazione, non rende automaticamente l’acqua pericolosa.
I solfati fanno male?
Non sono tossici alle concentrazioni comuni. Valori molto alti possono avere effetto lassativo, soprattutto nei lattanti e in chi non è abituato a quell’acqua.
L’addolcitore toglie i solfati?
No: rimuove calcio e magnesio. Per ridurre i solfati servono osmosi inversa o resine a scambio anionico.
Perché la mia acqua calda puzza di uovo marcio?
Spesso è idrogeno solforato prodotto da batteri che riducono i solfati nello scaldabagno. Se l’odore c’è anche con l’acqua fredda, va controllato il pozzo.

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Revisione tecnica: Giulio Morelli (RSPP — Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione)

Ultimo aggiornamento: 2026-10-14 · Contenuto a cura della redazione di laboratorioaccreditato.org